Hell's Kitchen  »  Press
Pubblicato su: La Repubblica - Affari & Finanza 31 maggio 2010 di Bettina Bush

La Repubblica Affari & Finanza: Abiti e non solo: la moda dei materiali riciclati


La moda sta cambiando, si scopre meno effimera e diventa sempre più etica e sostenibile. Aumentano gli stilisti che oltre a puntare al capo come semplice prodotto di consumo, cercano di abbracciare temi più profondi legati all’ambiente e alla scoperta di valori duraturi. La moda vuole vestirsi di naturale, si affermano logiche che privilegiano l’utilizzo di materiali che hanno già esaurito il loro ciclo, ma che non è giusto buttar via, perché oggi, in tempi di crisi, c’è maggior consapevolezza per gli sprechi e il recupero di ciò che è usato diventa sempre più importante.


Materiali e oggetti cominciano una nuova vita, anzi nuove vite, resi immortali dalla creatività, mista a un po’ di poesia, di stilisti che sembrano sempre più dei puri artisti. Tanto per cominciare, Marco Lai è rimasto "folgorato" dalla camera d’aria usata di un camion e da lì è cominciata la sua nuova avventura. E’ diventata una borsa, un casco per motocicletta, e un’agenda: «La camera d’aria di trattori e camion mi è subito piaciuta — racconta adesso lo stilista, progettista e fondatore della Hell’s Kitchen — è un materiale ostico, difficile da tagliare, da usare. Ci sono voluti tre anni di progettazione per far nascere le nostre borse, che dovevano anche diventare trasformarsi da prodotti artigianali in prodotti di serie». Oggi riciclare è un’esigenza più che una semplice tendenza: «Ci siamo abituati a usare il mondo senza pensare come andrà a finire. Non eravamo abituati a pensare a come smaltire la materia, volevamo soprattutto consumare. Adesso si pensa attentamente a recuperare, che vuol dire reinventare e rigenerare. Quando si progetta si deve già pensare e sapere cosa diventerà il prodotto alla fine del suo ciclo».


Hell’s Kitchen è un’azienda ancora piccola, che ha fatturato nel 2009 260 mila euro e che per il 2010 prevede di chiudere con 700 mila euro di fatturato, ma proprio la sua esperienza e la sua esperienza e la sua crescita sono una conferma che il prodotto riciclato, che conserva la sua storia e ne inventa una nuova, interessa a un pubblico sempre maggiore: «Abbiamo anche degli slogan che ci accompagnano — ricorda Lai — come quello "Tanti chilometri intesta" dei nostri caschi, dove la camera d’aria della copertura esterna ha mediamente un vissuto di 200 mila chilometri di viaggi».


Invece Alberto Dassasso, 28 anni, è partito dalle lamiere di bidoni per creare oggetti di design: «Mi suggestionavano — racconta il designer e fondatore di Vibrazioni Artdesign — e mi raccontavano il loro trascorso di vita, mentre immaginavo le persone che avevano interagito con loro. Poi ho cominciato a sperimentare le tecniche di saldatura e sono nate le prime lampade, le sedute, i divani». Non si tratta di produzioni seriali identiche, quanto piuttosto similari, perché Dassasso si reputa un artigiano che etichetta i suoi lavori con il suo nome e con un numero: «Il mio riciclo fa nascere una serie personalizzata di oggetti — spiega Dassasso — oggi si sta perdendo il vero valore delle cose: si può fare tutto e avere tutto, ma difficilmente un oggetto che si acquista rispecchia la personalità di chi lo possiede, piuttosto si tratta di uno status symbol. Io riutilizzo per un motivo emozionale, cerco di colpire al cuore».


Per Valeria Sacenti (Le Giraffe) che più che stilista, preferisce definirsi "sarta di mezzanotte", in quanto crea abiti per il popolo della notte, il riutilizzo di materiali è soprattutto un atto di civiltà: «E’ riuscire a trovare il bello della materia usata — racconta — compro abiti dal mercato, ci aggiungo fiori finti, i più kitsch, e faccio composizioni che spopolano. La poetica di questi abiti è che con poco puoi fare cose meravigliose». Intanto a Bologna è nato "Green à Porter", o meglio "Verde da indossare", un marchio che vuole promuovere la moda a chilometri zero per valorizzare artigiani e creativi del territorio. Benatural è un altro esempio di come riutilizzare materiali di alta qualità, come scampoli o rimanenza di stoffe che sarebbero destinate alla discarica. Diventano nuovi abiti, capi unici, prodotti con tecniche artigianali secondo vecchie tradizioni locali. Il bello deve esser anche buono, etico.


La nuova moda sostenibile è conosciuta come Ethical Fashion e solo in Europa, secondo l’Icea (Istituto di Certificazione Etica e Ambientale), genera un giro di affari di 370 milioni di euro. Sono sempre di più le persone che quando comprano non si fermano all’apparenza: dietro alla sua forma vogliono conoscere la natura dei processi che l’ha generato, il rispetto per l’ambiente, insomma anche nella moda l’estetica diventa etica.
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